Berishan, Afghana, 2510
La stanza è esattamente cubica; le basi delle pareti che formano il perimetro del pavimento, misurano tutte la stessa lunghezza; e l'altezza che distanzia il pavimento dal soffitto ha precisamente la stessa misura delle basi delle pareti. È un cubo di metallo o di cemento, la stanza del Lieutenant Clark Haughton della base della Flotta Alleata di Afghana. Ed è ampia abbastanza per ospitare quattro persone - Haughton fuso nella propria scrivania come un Charon senza ruote o un Chirone senza zoccoli, il ragazzo vestito di nero che gli siede di fronte, due soldati alle spalle del ragazzo - tutte ordinatamente sistemate ai propri posti.
Haughton ha la mandibola squadrata, gli zigomi sporgenti, la pelle cotta al sole, le braccia robuste e ruvide di cicatrici come tronchi d'albero, il petto ampio sommerso di medaglie, i capelli chiari, corti, irti sul capo, ed occhi che hanno la stessa trasparenza del vetro.
- Ricapitoliamo: mi spieghi come mai si trovava ancora su Hera a Gateshead.
Haughton ha la voce piatta e profonda dei militari. Scruta il ragazzo vestito di nero senza indulgenza e senza accusa. Non urla, ma tra le pareti metalliche la sua voce rimbalza in un clangore assordante, nella scatola cranica del ragazzo vestito di nero si trasforma in frastuono.Un frastuono intraducibile in suoni distinti.
L'occhio grigio del ragazzo vestito di nero è allagato dai farmaci, incastonato in quanto sopravvive di un volto di ventitrè o ventiquattro anni, benché non ne sia visibile che poco più della metà, nel miscuglio amorfo della pelle bruciata, delle bende imbrattate di sangue rappreso e di macchie giallastre essiccate.
- Era a Gateshead durante il bombardamento?
- Sì.
- Come mai si trovava ancora là?
Il ragazzo vestito di nero apre bocca di nuovo, ma non articola più di un verso soffocato in un accesso muto di tosse che gli piega le spalle e gli contrae il torace in uno spasmo cruento che gli irriga le labbra secche.
- Mi risulta che la delegazione di cui fa parte, fosse già partita diversi mesi fa da Hera.
Sta ancora recuperando un ritmo respiratorio accettabile, ha ancora in bocca il sapore ferroso del proprio sangue mentre Haughton continua l'interrogatorio.
Haughton intreccia tra loro le dita delle mani solide: ciascun avambraccio, posato sulla schivania, ostenta le cicatrici alla stregua delle medaglie che il lieutenant sfoggia sul fondo bluastro dell'uniforme.
Il ragazzo vestito di nero ha poco da sfoggiare, se non una certa, lontana e consunta eleganza, che sopravvive nel modo in cui riesce a tenere le spalle dritte nonostante la schiena curva suggerisca l'idea di cedere sotto il peso esiguo del cappotto scuro impolverato, nel modo in cui il collo, nonostante i tremori, sostiene la posizione del capo perché l'unico occhio sia diretto sul viso di colui che l'interroga.
Il ronzio del condizionatore è una cantilena monotona che si mescola col rumore dei mezzi militari e del vociare degli holoschermi che provengono dall'esterno. Gli holoschermi non sono meno trafficati delle strade e dei cieli di Afghana in quei giorni. I notiziari cortex precedono i mezzi militari che rientrano da Columba. Relitti di blindati e relitti umani prelevati dai campi di battaglia e dalle lamiere contorte piovute dallo spazio, strappati all'odore di putrefazione e di combustione delle trincee, ma non alla coscienza dell'epilogo risolutivo di Sturges.
- Allora, perché era ancora a Gateshead. Non è una domanda difficile, Wolfwood.
Il ragazzo vestito di nero continua a tacere, che sia per volontà o per incapacità d'articolare suono.
Gli spigoli della stanza iniziano a contorcersi in spire sinuose. L'ambiente sembra diventare perfino meno opprimente. Il bagliore accecante di una fonte luminosa, una finestra o una lampada, impatta sull'occhio grigio trabordando come una pozza troppo piena.
Il trillo di una chiamata in entrata gli trafigge il cervello bucando la barriera ovattata degli antidolorifici.
Tutto quello che riesce a raggiungerlo, oltre i grugniti di Haughton, sono le parole "figlio", "costretto" e "prigioniero". Haughton assorbe gli ordini e richiude il dispositivo.
- Sa che è responsabilità della Flotta difendere i nostri ambasciatori: se aveva deciso di trattenersi dopo la partenza della delegazione, avrebbe potuto chiedere una scorta. Suo padre, Mister Wolfwood, si è preoccupato di avvisare il comando: mi perdoni, ma, vede, la chiamata non è giunta che pochi minuti fa.
Il ragazzo reagisce con un cenno d'assenso, o un cedimento del capo. Il cappotto gli ricade sulle spalle asimmetrico, sformato dall'assenza dell'arto sinistro.
La voce di Haughton ha preso l'inflessione cortese di un cane ben addestrato che attende il proprio compenso dopo aver compiaciuto l'istruttore.
Viene ricompensato dal respiro frammentato che defluisce dalle labbra del ragazzo che ha di fronte sotto la compressione del torace. La mano destra del ragazzo arpiona le dita sul ginocchio come se dovesse scavarvi cinque solchi, impone al gomito di non piegarsi proprio in quel momento, pur di non sottrarre agli occhi chiari di Haughton quell'unico occhio del colore del piombo, sorreggendo l'impalcatura distorta delle spalle sotto la linea curva della colonna vertebrale.
- Il comando mi ha spiegato tutto: vada pure, e si rimetta. Quando si sarà ristabilito, la delegazione potrà nuovamente giovare della sua presenza. E questa volta sia più prudente.
La voce di Haughton è un ronzio indistinto, ovattato, lontano, fastidioso. Ma questa volta l'ascolta, parola per parola, anche mentre viene soffocata dal suono del proprio respiro. Che è più vicino, più presente, che è più tangibile. Ed è più concreto, mentre gli riempie i polmoni, mentre solleva ritmicamente le spalle sorrette dall'unico braccio. Mentre scandisce irregolarmente gli attimi di silenzio che il ragazzo interpone tra le parole di Haughton e le proprie.
- Rassegno le dimissioni.
Al campo di Gateshead, Wolfwood aveva perso un braccio, Smirnov aveva perso una gamba, Simmons aveva perso la vita. Wolfwood aveva perso anche un occhio. Ma Wolfwood era uno di quei fortunati che potevano permettersi un arto e degli organi sviluppati in vitro.
Una delle astronavi sfornate dalle WW Industries, una delle poche non destinate a trasformare le macerie della guerra nel denaro di Lawrence Wolfwood, sarebbe andata a prelevarlo da Berishan per trasportarlo in una delle più attrezzate strutture ospedaliere di New London o di Horyzon. Lì, al sicuro dai bombardamenti, e lontano dagli scenari di guerra, Lars Faust Wolfwood avrebbe avuto tutto il tempo per ristabilirsi, per riacquistare una forma fisica ottimale, e per dimenticare lo spiacevole incidente occorsogli al campo di Gateshead.
Tuttavia, quando l'astronave sfornata dalle WW Industries raggiunse Berishan, Lars Wolfwood aveva già ottenuto il ricovero presso uno degli ospedali di Afghana.
Aveva preso la decisione di non dipendere più dall'influenza e dal denaro di Lawrence - il cui patrimonio continuava ad aumentare esponenzialmente col numero dei caduti - , né da ideali nei quali non era più certo di credere. Meno consapevolmente, aveva deciso di dipendere da un equilibrio psicofisico irrimediabilmente compromesso.
Quando fu in grado di rimettersi in piedi, Lars Wolfwood ripartì immediatamente per Hera.
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lunedì 2 giugno 2014
lunedì 7 ottobre 2013
Wading Among Reminiscences
Horyzon, Capital City, fall 2515
Il formicaio brulicante della Capitale è un agglomerato di carne umana senza identità né volti. Forme indistinte, i cui contorni sfocati si confondono in una massa omogenea senza nome. Sagome nere che si fondono e si scindono come macchie d'olio, come le pozze lasciate dalla pioggia che flagella da giorni le strade di Capital City. Il rumore dei mezzi a motore, il brusio delle voci che inquinano l'aria. Lars assimila tutto passivamente, fende quel miscuglio di umanità a passi misurati, ma procede diretto senza indugiare. Non è chiaro se abbia una meta, o se abbia visto quello spettacolo già troppe volte perché possa destare ancora il suo interesse.
La superficie dell'holoschermo sul palazzo della Remington è abbastanza estesa perché le immagini trasmesse siano chiaramente visibili fino alla parte opposta di CX Square.
Un punto d'incontro. A Lars tornano in mente le parole di Eivor. Il suo scetticismo disincantato, anche più radicato del proprio. Negli occhi di Eivor, nei suoi sorrisi chiusi, c'è l'orgoglio della gente del Rim, di chi non sia disposto ad ammettere compromessi.
La faccia della Shepard è ben visibile a tutti da quel punto della piazza. Lars può intravederne i contorni ed i colori alla propria destra. La voce della Shepard arriva a chiunque, chiara, decisa. È indubbiamente convinta di ciò che dice. O indubbiamente interessata a convincere chi l'ascolti.
Le parole della Shepard si ripetono da giorni come una nenia ipnotica. Lars avanza senza fretta, come al solito. Scansa qualcuno che si è fermato ad ascoltare. Poco più avanti una madre sorride ad un bambino, traduce in un linguaggio infantile il discorso del presidente. Un giorno quel bambino sterminerà gente nel Rim o capirà d'essere cresciuto nella ristrettezza di una visione unilaterale.
La Shepard continua elencando i vantaggi delle generose proposte dell'Alleanza, inspiegabilmente ed ignobilmente rifiutate dai rappresentanti della Confederazione di Polaris. La voce del presidente sfuma col prolungarsi dei passi lungo K Lane. Poco più avanti un altro holoschermo proietta il viso della Shepard, affacciandosi dalla vetrina di un negozio d'elettronica.
È soltanto di pochi giorni fa la notizia di come le navi della Flotta siano penetrate oltre i confini di Polaris abbattendo venticinque navi e mettendo fine a trecento vite.
Lars da giorni non ha notizie di Philip, di Sundance, di André.
L'arringa della Shepard va avanti, si duplica in un'eco che raggiunge i passanti da entrambi i lati della strada.
Lars sfila il cortex pad dalla tasca destra della giacca. Prova a contattare Eivor.
Gli occhi fissano il display che viene occupato rapidamente da una sequenza di lettere e di nomi. Eivor, André, Hogs, Philip. L'asfalto si consuma sotto i passi. Gli holoschermi sono disseminati ovunque. C'è gente ferma ad ascoltare, c'è gente che scambia opinioni. La voce della Shepard si amplifica in un'eco centuplicata.
Le strade sono deserte, i passsanti ombre lontane.
La terra trema, i cieli s'inquinano di sagome alate come angeli dello sterminio.
Il silenzio è solo un preludio.
Il formicaio brulicante della Capitale è un agglomerato di carne umana senza identità né volti. Forme indistinte, i cui contorni sfocati si confondono in una massa omogenea senza nome. Sagome nere che si fondono e si scindono come macchie d'olio, come le pozze lasciate dalla pioggia che flagella da giorni le strade di Capital City. Il rumore dei mezzi a motore, il brusio delle voci che inquinano l'aria. Lars assimila tutto passivamente, fende quel miscuglio di umanità a passi misurati, ma procede diretto senza indugiare. Non è chiaro se abbia una meta, o se abbia visto quello spettacolo già troppe volte perché possa destare ancora il suo interesse.
Concittadini dell'Alleanza
La superficie dell'holoschermo sul palazzo della Remington è abbastanza estesa perché le immagini trasmesse siano chiaramente visibili fino alla parte opposta di CX Square.
abbiamo concluso poche ore fa le trattative con i rappresentanti della Confederazione di Polaris. Sono state settimane di lavoro e confronto intensissimi al termine delle quali, sono costretta a comunicare, non è stato possibile trovare un punto di incontro.
Un punto d'incontro. A Lars tornano in mente le parole di Eivor. Il suo scetticismo disincantato, anche più radicato del proprio. Negli occhi di Eivor, nei suoi sorrisi chiusi, c'è l'orgoglio della gente del Rim, di chi non sia disposto ad ammettere compromessi.
La faccia della Shepard è ben visibile a tutti da quel punto della piazza. Lars può intravederne i contorni ed i colori alla propria destra. La voce della Shepard arriva a chiunque, chiara, decisa. È indubbiamente convinta di ciò che dice. O indubbiamente interessata a convincere chi l'ascolti.
Nonostante le barbare risoluzioni dei pianeti di Polaris che hanno deciso di imbarcarsi in questa folle, dissennata esperienza eversiva...
Le parole della Shepard si ripetono da giorni come una nenia ipnotica. Lars avanza senza fretta, come al solito. Scansa qualcuno che si è fermato ad ascoltare. Poco più avanti una madre sorride ad un bambino, traduce in un linguaggio infantile il discorso del presidente. Un giorno quel bambino sterminerà gente nel Rim o capirà d'essere cresciuto nella ristrettezza di una visione unilaterale.
La Shepard continua elencando i vantaggi delle generose proposte dell'Alleanza, inspiegabilmente ed ignobilmente rifiutate dai rappresentanti della Confederazione di Polaris. La voce del presidente sfuma col prolungarsi dei passi lungo K Lane. Poco più avanti un altro holoschermo proietta il viso della Shepard, affacciandosi dalla vetrina di un negozio d'elettronica.
...poiché la Confederazione non è costituita dai cittadini che la abitano ma da una lunga serie di politici guerrafondai e ufficiali criminali, privi di scrupoli.
È soltanto di pochi giorni fa la notizia di come le navi della Flotta siano penetrate oltre i confini di Polaris abbattendo venticinque navi e mettendo fine a trecento vite.
Lars da giorni non ha notizie di Philip, di Sundance, di André.
L'arringa della Shepard va avanti, si duplica in un'eco che raggiunge i passanti da entrambi i lati della strada.
Lars sfila il cortex pad dalla tasca destra della giacca. Prova a contattare Eivor.
Ma è nostro primo dovere preservare l'Unità e la sicurezza dell'intera Nazione Alleata. ...
Gli occhi fissano il display che viene occupato rapidamente da una sequenza di lettere e di nomi. Eivor, André, Hogs, Philip. L'asfalto si consuma sotto i passi. Gli holoschermi sono disseminati ovunque. C'è gente ferma ad ascoltare, c'è gente che scambia opinioni. La voce della Shepard si amplifica in un'eco centuplicata.
È con questa certezza nel cuore che dichiariamo guerra alla Confederazione di Polaris, intimando una resa immediata che risparmi inutili spargimenti di sangue.
Le strade sono deserte, i passsanti ombre lontane.
La terra trema, i cieli s'inquinano di sagome alate come angeli dello sterminio.
Il silenzio è solo un preludio.
sabato 9 marzo 2013
The Browncoat's Diplomacy
Hera, Gateshead, 2508
I contorni del campo si delineavano in modo più netto con l'avanzare della jeep che consumava il terreno sotto le ruote dopo aver lasciato le strade lastricare di Gateshead. Attraversare Gateshead era stata un'esperienza interessante: gli aveva permesso di studiare l'architettura e gli usi della popolazione. Avrebbe quasi potuto decidere di prendere una terza laurea in antropologia.
Nonostante la guerra fosse già iniziata da circa un anno, Lars aveva preferito completare gli studi prima di prendervi parte attivamente. I notiziari che circolavano attraverso la rete cortex gli avevano dato un'idea chiara della situazione in cui versavano tutti i pianeti dei sistemi conosciuti, e, conseguita la seconda laurea con un anno d'anticipo, aveva convenuto che fosse il momento d'intervenire in modo deciso perché i ribelli tornassero alla ragione.
Gli altri membri della delegazione erano più anziani e vantavano già una lunga esperienza sul campo, ma questo non lo intimoriva né lo poneva in una qualsivoglia posizione di disagio: era semplicemente pronto ad apprendere qualora ritenesse qualcuno di essi un buon esempio. Uno dei principi che la famiglia aveva dimenticato d'inculcargli, tra molti altri, era certamente l'umiltà.
Il campo sorgeva presso la base militare della Flotta Indipendentista sotto la responsabilità del Tenente Simmons e del Comandante Sommers. Ai membri della delegazione fu detto che avrebbero potuto incontrare il comandante il giorno dopo per le prime contrattazioni. Tre di loro avrebbero potuto alloggiare nella pensione al centro di Gateshead, gli altri tre presso la base militare. Lars si adeguò a questa seconda sistemazione.
Quando scesero dalle jeep, dedicò qualche istante a tracciare un profilo almeno approssimativo di Simmons e dei suoi uomini. Tra loro si soffermò su un ragazzo di nemmeno vent'anni, che portava un berretto sporco sui capelli chiari impolverati che avevano preso lo stesso colore del terreno del campo. Gli altri avevano tutti i capelli scuri e delle facce ordinarie da uomini di età compresa tra i 30 ed i 40 anni.
Vasilij Viktorovič Volkov era originario di Koroleva. Minuto, pallido, dai capelli bianchicci piuttosto che biondi, gli occhi rossastri scoloriti dall'albinismo, ad un'osservazione più attenta risultò non essere un soldato, ma una sorta di studioso arruolatosi per vocazione. Fu lui a mostrare il campo agli ambasciatori del Governo, e ad introdurli nella base, il giorno successivo al loro arrivo.
Si era ripulito, rispetto al giorno prima, e risultava di certo più credbile nel suo ruolo, al punto che Lars lo ritenne quasi degno di rivolgergli la parola e arrivò perfino a ringraziarlo, quando introdusse la Delegazione al Comando.
La prima trattativa fu piuttosto breve: gli ambasciatori del Governo espressero con generosa dovizia di particolari i piani dell'Alleanza, Simmons e Sommers sensibili a tale generosità concessero che avrebbero preso in considerazione la proposta, senza scendere nell'inutile dettaglio di specificare quale delle tante.
Dopo l'incontro, che si protrasse oltre mezzogiorno, Lars decise di prendere del tempo per esplorare il campo. Mentre era prossimo a raggiungere una grossa tenda costruita su una struttura metallica piuttosto alta, avvertì alle proprie spalle un rumore di passi, discreto, regolare, che lo indusse a voltarsi. Era Vasilij.
-Mister Volkov.
-Mister Wolfwood.
- ...
-Desidera esplorare il campo? Posso mostrarglielo, se vuole. Qui dormono i soldati.
Vasilij indossava ancora gli stessi abiti di quella mattina, quando aveva introdotto la Delegazione Alleata al Comando. Un basco con visiera di tessuto marrone quadrettato come i pantaloni, una giacca dal taglio un po' datato. Era la moda in voga su Hera. Col tempo Lars si sarebbe reso conto che il giovane korolevita indossava sempre un cappello durante le ore diurne.
Non fece in tempo ad accettare o declinare la proposta, una voce chiaramente femminile s'introdusse nel dialogo.
-Ehi, 3V!
-Merry- Volkov sorrise alla ragazza che si avvicinava poco per volta, consumando terreno coi pesanti anfibi
-Smirnov ti cercava.- s'arrestò a pochi passsi da Lars e da Vasilij, osservò il primo con una certa invadenza.
-Mister Wolfwood, mi permetta di presentarle Miss Adelheim.
-Lars Wolfwood, lieto di conoscerla.- la squadrò da capo a piedi. Era una bella ragazza, non troppo alta, snella, dalle curve piacevoli impacchettate in un browncoat.
Miss Adelheim sbuffò poco elegantemente la propria insofferenza.
Lars la osservò di rimando assottigliando lo sguardo.
Vasilij intervenne tossicchiando.
-Mister Wolfwood è uno dei nostri ospiti, Merryweather- sembrò invitarla ad accantonare la sua ostilità, con il tono amichevole e fanciullesco che, ancor più dell'aspetto, non gli conferiva più di diciassette o diciotto anni.
-Bell'affare- commentò la ragazza- Oltre alle loro bombe, dobbiamo sorbirci anche i loro pappagallini ammaestrati.
-Merry! - un fiotto di sangue giunse a colorare le guance pallide del ragazzo, che trovò opportuno scusarsi - La perdoni, Mister Wolfwood... -
Ma mentre cercava una scusa che avrebbe riabilitato ipoteticamente la donna agli occhi del diplomatico, questi rispose.
-Lei non crede nella pace, Miss Adelheim? Lo scopo della visita della Delegazione Alleata, è quello di trovare un accordo che metta fine alla guerra. - si esprimeva in modo pacato, troppo. Appariva del tutto distaccato, freddo, e fin troppo controllato.
-E la pace sarebbe sottomettersi all'Alleanza? - replicò la ragazza.
-L'Alleanza propone degli accordi, Miss Adelheim: se il Governo cercasse sottomissione, si sarebbe limitato a bombardare, mentre, come può ben vedere, ha inviato una delegazione per giungere ad un accordo pacifico.
-Si vede che il suo governo ha fatto i propri calcoli e non trova più conveniente portare avanti la guerra. Oppure gli industriali del Core si sono già arricchiti abbastanza.
-La guerra non è conveniente per nessuno, Miss Adelheim. Quanto alle industrie, non dubiti che troverebbero in ogni caso una fonte di arricchimento.
-Lei sa tutto, vero?
Lars scrollò appena le spalle in un moto d'indifferenza, che poteva dire molto o niente. Merryweather optò evidentemente per la prima possibilità.
-Li ammaestrano bene i loro pappagallini, gli Alleati. Ma almeno è un bel pappagallino. -concesse, passando dall'intolleranza all'ironia- Ci delizieremo ad ammirare il suo bel piumaggio finché non capirà che spreca il suo fiato. -terminò con un sorrisetto beffardo, squadrandolo da capo a piedi. Lo osservava con l'occhio di chi valuti un capo di bestiame ad una prima occhiata, senza scendere nei dettagli.- Anche se sembra più un corvo che un pappagallo.- osservò. Poi si rivolse di nuovo a Vasilij- Smirnov ti aspetta, 3V. - quello fu il suo saluto, poi voltò le spalle e tornò a sollevare la polvere del campo coi pesanti anfibi, ricalcando i propri passi.
Lars restò ad osservare le ciocche scompigliate di capelli castani che le ricadevano oltre le spalle, agitate dal vento leggero e dalla cadenza dei passi. Forse in quel momento non lo avrebbe ammesso neanche sotto tortura, ma ne era rimasto ammaliato. La salutò formalmente, comunque.
-Lo raggiungerò quando avrò terminato con Mister Wolfwood.- rispose il ragazzo, pacato. Quell'esempio di cortesia e di civiltà ebbe l'effetto di sorprendere Wolfwood.
I contorni del campo si delineavano in modo più netto con l'avanzare della jeep che consumava il terreno sotto le ruote dopo aver lasciato le strade lastricare di Gateshead. Attraversare Gateshead era stata un'esperienza interessante: gli aveva permesso di studiare l'architettura e gli usi della popolazione. Avrebbe quasi potuto decidere di prendere una terza laurea in antropologia.
Nonostante la guerra fosse già iniziata da circa un anno, Lars aveva preferito completare gli studi prima di prendervi parte attivamente. I notiziari che circolavano attraverso la rete cortex gli avevano dato un'idea chiara della situazione in cui versavano tutti i pianeti dei sistemi conosciuti, e, conseguita la seconda laurea con un anno d'anticipo, aveva convenuto che fosse il momento d'intervenire in modo deciso perché i ribelli tornassero alla ragione.
Gli altri membri della delegazione erano più anziani e vantavano già una lunga esperienza sul campo, ma questo non lo intimoriva né lo poneva in una qualsivoglia posizione di disagio: era semplicemente pronto ad apprendere qualora ritenesse qualcuno di essi un buon esempio. Uno dei principi che la famiglia aveva dimenticato d'inculcargli, tra molti altri, era certamente l'umiltà.
Il campo sorgeva presso la base militare della Flotta Indipendentista sotto la responsabilità del Tenente Simmons e del Comandante Sommers. Ai membri della delegazione fu detto che avrebbero potuto incontrare il comandante il giorno dopo per le prime contrattazioni. Tre di loro avrebbero potuto alloggiare nella pensione al centro di Gateshead, gli altri tre presso la base militare. Lars si adeguò a questa seconda sistemazione.
Quando scesero dalle jeep, dedicò qualche istante a tracciare un profilo almeno approssimativo di Simmons e dei suoi uomini. Tra loro si soffermò su un ragazzo di nemmeno vent'anni, che portava un berretto sporco sui capelli chiari impolverati che avevano preso lo stesso colore del terreno del campo. Gli altri avevano tutti i capelli scuri e delle facce ordinarie da uomini di età compresa tra i 30 ed i 40 anni.
Vasilij Viktorovič Volkov era originario di Koroleva. Minuto, pallido, dai capelli bianchicci piuttosto che biondi, gli occhi rossastri scoloriti dall'albinismo, ad un'osservazione più attenta risultò non essere un soldato, ma una sorta di studioso arruolatosi per vocazione. Fu lui a mostrare il campo agli ambasciatori del Governo, e ad introdurli nella base, il giorno successivo al loro arrivo.
Si era ripulito, rispetto al giorno prima, e risultava di certo più credbile nel suo ruolo, al punto che Lars lo ritenne quasi degno di rivolgergli la parola e arrivò perfino a ringraziarlo, quando introdusse la Delegazione al Comando.
La prima trattativa fu piuttosto breve: gli ambasciatori del Governo espressero con generosa dovizia di particolari i piani dell'Alleanza, Simmons e Sommers sensibili a tale generosità concessero che avrebbero preso in considerazione la proposta, senza scendere nell'inutile dettaglio di specificare quale delle tante.
Dopo l'incontro, che si protrasse oltre mezzogiorno, Lars decise di prendere del tempo per esplorare il campo. Mentre era prossimo a raggiungere una grossa tenda costruita su una struttura metallica piuttosto alta, avvertì alle proprie spalle un rumore di passi, discreto, regolare, che lo indusse a voltarsi. Era Vasilij.
-Mister Volkov.
-Mister Wolfwood.
- ...
-Desidera esplorare il campo? Posso mostrarglielo, se vuole. Qui dormono i soldati.
Vasilij indossava ancora gli stessi abiti di quella mattina, quando aveva introdotto la Delegazione Alleata al Comando. Un basco con visiera di tessuto marrone quadrettato come i pantaloni, una giacca dal taglio un po' datato. Era la moda in voga su Hera. Col tempo Lars si sarebbe reso conto che il giovane korolevita indossava sempre un cappello durante le ore diurne.
Non fece in tempo ad accettare o declinare la proposta, una voce chiaramente femminile s'introdusse nel dialogo.
-Ehi, 3V!
-Merry- Volkov sorrise alla ragazza che si avvicinava poco per volta, consumando terreno coi pesanti anfibi
-Smirnov ti cercava.- s'arrestò a pochi passsi da Lars e da Vasilij, osservò il primo con una certa invadenza.
-Mister Wolfwood, mi permetta di presentarle Miss Adelheim.
-Lars Wolfwood, lieto di conoscerla.- la squadrò da capo a piedi. Era una bella ragazza, non troppo alta, snella, dalle curve piacevoli impacchettate in un browncoat.
Miss Adelheim sbuffò poco elegantemente la propria insofferenza.
Lars la osservò di rimando assottigliando lo sguardo.
Vasilij intervenne tossicchiando.
-Mister Wolfwood è uno dei nostri ospiti, Merryweather- sembrò invitarla ad accantonare la sua ostilità, con il tono amichevole e fanciullesco che, ancor più dell'aspetto, non gli conferiva più di diciassette o diciotto anni.
-Bell'affare- commentò la ragazza- Oltre alle loro bombe, dobbiamo sorbirci anche i loro pappagallini ammaestrati.
-Merry! - un fiotto di sangue giunse a colorare le guance pallide del ragazzo, che trovò opportuno scusarsi - La perdoni, Mister Wolfwood... -
Ma mentre cercava una scusa che avrebbe riabilitato ipoteticamente la donna agli occhi del diplomatico, questi rispose.
-Lei non crede nella pace, Miss Adelheim? Lo scopo della visita della Delegazione Alleata, è quello di trovare un accordo che metta fine alla guerra. - si esprimeva in modo pacato, troppo. Appariva del tutto distaccato, freddo, e fin troppo controllato.
-E la pace sarebbe sottomettersi all'Alleanza? - replicò la ragazza.
-L'Alleanza propone degli accordi, Miss Adelheim: se il Governo cercasse sottomissione, si sarebbe limitato a bombardare, mentre, come può ben vedere, ha inviato una delegazione per giungere ad un accordo pacifico.
-Si vede che il suo governo ha fatto i propri calcoli e non trova più conveniente portare avanti la guerra. Oppure gli industriali del Core si sono già arricchiti abbastanza.
-La guerra non è conveniente per nessuno, Miss Adelheim. Quanto alle industrie, non dubiti che troverebbero in ogni caso una fonte di arricchimento.
-Lei sa tutto, vero?
Lars scrollò appena le spalle in un moto d'indifferenza, che poteva dire molto o niente. Merryweather optò evidentemente per la prima possibilità.
-Li ammaestrano bene i loro pappagallini, gli Alleati. Ma almeno è un bel pappagallino. -concesse, passando dall'intolleranza all'ironia- Ci delizieremo ad ammirare il suo bel piumaggio finché non capirà che spreca il suo fiato. -terminò con un sorrisetto beffardo, squadrandolo da capo a piedi. Lo osservava con l'occhio di chi valuti un capo di bestiame ad una prima occhiata, senza scendere nei dettagli.- Anche se sembra più un corvo che un pappagallo.- osservò. Poi si rivolse di nuovo a Vasilij- Smirnov ti aspetta, 3V. - quello fu il suo saluto, poi voltò le spalle e tornò a sollevare la polvere del campo coi pesanti anfibi, ricalcando i propri passi.
Lars restò ad osservare le ciocche scompigliate di capelli castani che le ricadevano oltre le spalle, agitate dal vento leggero e dalla cadenza dei passi. Forse in quel momento non lo avrebbe ammesso neanche sotto tortura, ma ne era rimasto ammaliato. La salutò formalmente, comunque.
-Lo raggiungerò quando avrò terminato con Mister Wolfwood.- rispose il ragazzo, pacato. Quell'esempio di cortesia e di civiltà ebbe l'effetto di sorprendere Wolfwood.
martedì 19 febbraio 2013
Out of Core Worlds
Sistema Columba, Hera, 2508
Lars Faust Wolfwood aveva ancora entrambi gli occhi del colore del piombo, era un ottimo pianista, un eccellente violinista ed uno straordinario violoncellista. Sarebbe stato capace d'incantare le platee, se non avesse deciso, ad un certo punto della propria esistenza, che la musica non era altro che un passatempo atto a riempire i vuoti lasciati dalla sua carriera. Che era invece in politica.
Conseguita la seconda laurea, si era detto finalmente pronto a partecipare alla Guerra ed era entrato a pieno titolo a far parte della Delegazione Alleata. Aveva 22 anni.
L'avenger che l'avrebbe condotto su Hera solcava i cieli di Columba, quando il suono del cortex pad richiamò la sua attenzione. Il volume della suoneria era talmente basso che non disturbò gli altri passeggeri. Tra l'altro, la musica gli aveva donato un udito particolarmente raffinato.
Era un messaggio di Emily D. che dopo l'ennesima chiamata senza risposta, aveva deciso di scrivergli. Lars fece scorrere rapidamente il testo, inviò un messaggio breve di scuse e ripose l'apparecchio. Sul volto non passò alcuna espressione. Ignorò il messaggio successivo.
Sebbene si fosse distinto per i voti eccellenti, per l'ottima educazione, per l'aristocratica ascendenza coroniana, da parte del ramo materno, Lars non godeva di una buon nomea tra le coetanee. Lasciava appassire e morire i rapporti che coltivava come un pessimo giardiniere lascia morire le proprie piante. Non era un donnaiolo, semplicemente dopo l'iniziale trasporto tendeva a trascurare. Non aveva salutato Emily prima di partire e probabilmente lei non avrebbe avuto voglia di salutarlo al suo ritorno.
Ma la priorità in quel momento era raggiungere Hera, incontrare i rappresentanti della fazione Indipendentista, convincerli che accettare le condizioni che il Governo Alleato gli offriva era la cosa migliore per tutti. Del resto perché dubitarne? Il Governo voleva la pace, il Governo garantiva ordine e controllo, sotto il Governo non sarebbero sopravvissuti crimini e ingiustizie. Sembrava talmente ovvio che l'idea dell'incarico affidatogli iniziava già a suggerirgli un senso d'insoddisfazione.
L'Avenger entrò in fase d'atterraggio, ancora qualche decina di minuti e di formalità da sbrigare, e la Delegazione Alleata sarebbe sbarcata su Hera.
Lo spazioporto di Gateshead non era altro che un primo assaggio. Non era difficile comprendere quanto fosse diverso da quelli di New Washington e di Capital City già ad una prima occhiata, ma Lars non poteva fare a meno di lasciar vagare lo sguardo e cogliere ogni dettaglio. Era la prima volta che lasciava il sistema Central e per un ragazzo di 22 anni ogni novità era qualcosa da scoprire. Eppure quello non era lo sguardo entusiata di un ragazzo: era lo sguardo di un attento analista che era lì per fare il proprio dovere.
L'approccio con la gente del luogo non fu differente. Il tenente Simmons, fiero nella propria uniforme marrone, fece gli onori di casa. Erano con lui alcuni soldati più o meno giovani, tutti in browncoat. Erano malamente raggruppati alle spalle del superiore, avevano i volti sporchi, i capelli scarmigliati e le spalle stanche sotto il peso delle battaglie che ormai da un anno affliggevano ogni pianeta del 'Verse. E che fossero le afflizioni degli abitanti del Core che non ricevevano più i loro preziosi alimenti naturali dai sistemi esterni, o le afflizioni dei pianeti che subivano bombardamenti, tutto il 'Verse risentiva dello stato di guerra.
Lars li osservò dall'alto della propria statura come si osserva un gregge di pecore. Probabilmente stava già scavando nel vasto archivio della propria memoria per capire in quale astruso linguaggio avrebbe dovuto rivolgersi a quel popolo primitivo.
I soldati osservavano i membri della delegazione come un branco di capre pronte ad incornare quei damerini impettiti nei loro cappotti eleganti che venivano da un anno a quella parte a parlar loro di pace.
Ma non volarono insulti astrusi come non partirono cornate.
I membri della Delegazione Alleata furono fatti accomodare sulle jeep per essere condotti al campo.
La città sembrava rispecchiare uno di quegli scenari di cui Lars aveva letto tra i tanti volumi relativi alla storia della Terra-che-fu. Del rigore asettico di New London e di Horyzon, Hera non aveva la benché minima traccia. Era come se l'umanità avesse dimenticato di aggiornare la città -e con buona probabilità l'intero pianeta- da almeno settecento anni.
Le jeep attraversarono Gateshead senza soste intermedie, il campo era a sole due ore di viaggio.
Lars Faust Wolfwood aveva ancora entrambi gli occhi del colore del piombo, era un ottimo pianista, un eccellente violinista ed uno straordinario violoncellista. Sarebbe stato capace d'incantare le platee, se non avesse deciso, ad un certo punto della propria esistenza, che la musica non era altro che un passatempo atto a riempire i vuoti lasciati dalla sua carriera. Che era invece in politica.
Conseguita la seconda laurea, si era detto finalmente pronto a partecipare alla Guerra ed era entrato a pieno titolo a far parte della Delegazione Alleata. Aveva 22 anni.
L'avenger che l'avrebbe condotto su Hera solcava i cieli di Columba, quando il suono del cortex pad richiamò la sua attenzione. Il volume della suoneria era talmente basso che non disturbò gli altri passeggeri. Tra l'altro, la musica gli aveva donato un udito particolarmente raffinato.
Era un messaggio di Emily D. che dopo l'ennesima chiamata senza risposta, aveva deciso di scrivergli. Lars fece scorrere rapidamente il testo, inviò un messaggio breve di scuse e ripose l'apparecchio. Sul volto non passò alcuna espressione. Ignorò il messaggio successivo.
Sebbene si fosse distinto per i voti eccellenti, per l'ottima educazione, per l'aristocratica ascendenza coroniana, da parte del ramo materno, Lars non godeva di una buon nomea tra le coetanee. Lasciava appassire e morire i rapporti che coltivava come un pessimo giardiniere lascia morire le proprie piante. Non era un donnaiolo, semplicemente dopo l'iniziale trasporto tendeva a trascurare. Non aveva salutato Emily prima di partire e probabilmente lei non avrebbe avuto voglia di salutarlo al suo ritorno.
Ma la priorità in quel momento era raggiungere Hera, incontrare i rappresentanti della fazione Indipendentista, convincerli che accettare le condizioni che il Governo Alleato gli offriva era la cosa migliore per tutti. Del resto perché dubitarne? Il Governo voleva la pace, il Governo garantiva ordine e controllo, sotto il Governo non sarebbero sopravvissuti crimini e ingiustizie. Sembrava talmente ovvio che l'idea dell'incarico affidatogli iniziava già a suggerirgli un senso d'insoddisfazione.
L'Avenger entrò in fase d'atterraggio, ancora qualche decina di minuti e di formalità da sbrigare, e la Delegazione Alleata sarebbe sbarcata su Hera.
Lo spazioporto di Gateshead non era altro che un primo assaggio. Non era difficile comprendere quanto fosse diverso da quelli di New Washington e di Capital City già ad una prima occhiata, ma Lars non poteva fare a meno di lasciar vagare lo sguardo e cogliere ogni dettaglio. Era la prima volta che lasciava il sistema Central e per un ragazzo di 22 anni ogni novità era qualcosa da scoprire. Eppure quello non era lo sguardo entusiata di un ragazzo: era lo sguardo di un attento analista che era lì per fare il proprio dovere.
L'approccio con la gente del luogo non fu differente. Il tenente Simmons, fiero nella propria uniforme marrone, fece gli onori di casa. Erano con lui alcuni soldati più o meno giovani, tutti in browncoat. Erano malamente raggruppati alle spalle del superiore, avevano i volti sporchi, i capelli scarmigliati e le spalle stanche sotto il peso delle battaglie che ormai da un anno affliggevano ogni pianeta del 'Verse. E che fossero le afflizioni degli abitanti del Core che non ricevevano più i loro preziosi alimenti naturali dai sistemi esterni, o le afflizioni dei pianeti che subivano bombardamenti, tutto il 'Verse risentiva dello stato di guerra.
Lars li osservò dall'alto della propria statura come si osserva un gregge di pecore. Probabilmente stava già scavando nel vasto archivio della propria memoria per capire in quale astruso linguaggio avrebbe dovuto rivolgersi a quel popolo primitivo.
I soldati osservavano i membri della delegazione come un branco di capre pronte ad incornare quei damerini impettiti nei loro cappotti eleganti che venivano da un anno a quella parte a parlar loro di pace.
Ma non volarono insulti astrusi come non partirono cornate.
I membri della Delegazione Alleata furono fatti accomodare sulle jeep per essere condotti al campo.
La città sembrava rispecchiare uno di quegli scenari di cui Lars aveva letto tra i tanti volumi relativi alla storia della Terra-che-fu. Del rigore asettico di New London e di Horyzon, Hera non aveva la benché minima traccia. Era come se l'umanità avesse dimenticato di aggiornare la città -e con buona probabilità l'intero pianeta- da almeno settecento anni.
Le jeep attraversarono Gateshead senza soste intermedie, il campo era a sole due ore di viaggio.
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